Giandujotti di Torino.
Può un cioccolatino pesante solo pochi grammi valere un viaggio? La risposta, forse, si trova nel celebre spot pubblicitario degli anni Settanta, dove un turista svizzero, arrivato a Torino, è pronto a riempire la cabina di un treno con scatole di Giandujotti. Un’immagine di un passato lontano, ma che ancora oggi cattura l’essenza di Torino, città simbolo del cioccolato. La forma del Giandujotto, il suo incarto dorato e il gusto inconfondibile lo rendono uno dei dolci più apprezzati al mondo. Ma dietro a ogni morso si celano storie che affondano le radici nella tradizione torinese.
In principio era il Dblottino, un piccolo cioccolatino aromatizzato alla vaniglia che affonda le sue origini nella Torino del Settecento. Con la scoperta dell’America e l’introduzione del cacao in Europa, il Diablottino divenne la prima forma solida di cioccolato, molto amato alla corte dei Savoia e servito durante la Merenda Reale. Una tradizione che oggi rivive nei caffè storici della città, una riscoperta che immerge i visitatori nell’atmosfera del XVIII e XIX secolo torinese.
L’anno è il 1806 e Torino vive sotto l’occupazione francese. A causa del Blocco Continentale, il cacao diventa raro e costoso. I pasticcieri locali, tuttavia, trovarono una soluzione geniale: aggiungere la nocciola tonda gentile delle Langhe alla pasta di cacao. Da questa miscela nasce la pasta Gianduja, che prenderà il nome solo nel 1865, quando un attore travestito da Gianduja, una maschera tipica del Carnevale torinese, distribuirà ai passanti i primi cioccolatini con questa nuova ricetta.
Nel 1865, il Carnevale torinese sarà il palcoscenico di una svolta fondamentale: durante la manifestazione, un attore che impersonava Gianduja distribuirà ai passanti il primo cioccolatino incartato singolarmente, il “Givù”. Tuttavia, con il nome di Gianduja diventato simbolo stesso della città, il cioccolatino sarà rinominato “Giandujotto”, segnando l’inizio della sua straordinaria diffusione.
Nel corso del Novecento, la produzione del giandujotto ha vissuto una doppia evoluzione: da una parte la tradizione artigianale, con il metodo a estrusione, che permette al cioccolatino di prendere forma senza l’utilizzo di stampi; dall’altra, l’industrializzazione, che ha portato alla produzione su larga scala con il metodo a concaggio, in cui gli stampi modellano ogni pezzo in modo perfetto e identico agli altri. Entrambi i metodi, oggi, coesistono, dando vita a giandujotti che sono sempre più simbolo di qualità e tradizione.
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